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Il Pensiero


Che cosa possiamo apprendere dagli studi di Biral sulla politica e sulla storia del pensiero politico?
Che il punto di partenza della politica e del sapere politico è se stessi, la ricerca di se stessi.
E’ rivolgendosi ai grandi filosofi dell’antichità (Socrate, Platone, Aristotele), con lo stesso atteggiamento di un malato che si affida alle cure di un medico, che Biral ha trovato risposta alla domanda in cui ha posto tutto se stesso, tutto il suo modo di vivere: Che cosa è la politica? o, per meglio formulare la domanda, chi è l’uomo politico?
Questo inizio, che implica un’osservazione sul nostro agire e su quello degli altri, conduce a riconoscere il principio e il fine della politica nel meglio: ciascuno, nel momento in cui agisce, agisce per il meglio. Ogni nostra decisione avviene sotto il segno del meglio, ma, a nostra volta, noi non abbiamo deciso di decidere in questo senso. Il meglio dispone compiutamente noi stessi; è ciò alla luce di cui noi vediamo noi stessi e gli altri.
Il meglio, che gli antichi chiamano il bene, il sommo bene, la felicità, è il fine dell’uomo e per i Greci la politica significa unicamente quell’agire secondo il meglio che permette di comunicare, di mettere in comunicazione tra di loro gli uomini. La polis, la città è propriamente quella comunità che consente agli uomini, per quanto è a loro possibile, di realizzare una vita felice. Chi vive nel meglio è amico degli uomini, chi vive nel peggio è nemico degli uomini.
Ora, secondo Biral, a partire dal filosofo inglese Thomas Hobbes, nasce nella modernità un pensiero politico che trae il suo inizio da una antropologia meccanicistica, da una nuova concezione della natura umana fondata proprio sul toglimento del meglio, in base alla quale il fondamento della politica diventa: l’uomo è nemico dell’uomo.
Che cosa avviene se togliamo il meglio? In primo luogo, non esiste più un uomo migliore degli altri, né esiste una vita migliore. La vita diventa unica e tutti gli uomini diventano eguali, mentre prima gli uomini si differenziavano a seconda del modo in cui realizzavano il loro meglio, perché il meglio valeva come metro di misura. Adesso la vita, diventata eguale per tutti, si differenzia soltanto per le cose che uno riesce ad incamerare: l’unica differenza a tutti visibile è lo status sociale di ricchezza e povertà.
L’antropologia meccanicistica creata da Hobbes, la fisicizzazione dell’etica che riduce bene e male a movimenti di attrazione e di repulsione, secondo Biral, è a fondamento dell’idea di eguaglianza e libertà naturale dell’uomo in quanto uomo, che trova la sua consacrazione nel I articolo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, proclamata dalla Rivoluzione francese nel 1789, che recita: “les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits”.
Di conseguenza, la politica nell’età moderna diventa una teoria che richiede per essere tradotta in pratica la creazione di una forza coercitiva, il potere sovrano dello Stato, che mantenga bloccati gli uomini in una condizione di assoluta libertà ed eguaglianza.
Soltanto il dipendere di tutti i cittadini dal potere unico e irresistibile dello Stato, consente a ciascuno di essere indipendente, di non essere sottoposto al governo di un altro uomo: la libertà come indipendenza è il più grande bene per l’uomo moderno perché, in conseguenza dell’etica meccanicistica, nessuno può più sapere che cosa sia il bene per gli altri, nessuno può più arrogarsi il diritto di governarli. L’uomo è uomo, realizza la sua natura, vive felice, soltanto se libero.
Giunto a questo punto, esplicitate la genesi e i fondamenti della politica degli antichi e dei moderni Biral rimanda ognuno a se stesso: “Il problema rimane il seguente: non si tratta di dare ragione all’uno o all’altro, a Platone o ai moderni, ma l’unico modo che avete per rispondere, se avete delle domande che vi nascono, è chiedervi chi siete. Ognuno per sé: chi mai sono io?” (A. Biral, Sulla politica, Il Prato, 2003).

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